Il futuro della nostra professione

Tendo a interpretare il periodo che stiamo vivendo come un’improvvisa lezione di umiltà. Sgretolata l’ingenua convinzione che certi cataclismi avvengano in luoghi e con tempi che non ci riguardano, d’improvviso ci siamo resi conto che, pur avendo imparato a proteggerci da tante cose, siamo completamente nelle mani della Natura.

Natura che a volte ci elargisce doni e a volte ci maltratta brutalmente, e in questa circostanza si è manifestata pronta a straziare ogni donna e uomo di questo pianeta con “sovrana indifferenza”. Non è stata la prima volta e non sarà l’ultima e perciò, quando tutto questo sarà passato, converrà credo rivedere qualche presunzione.

Mentre sembra che nessuno abbia ancora chiaro quanto tutto questo sarà dirompente nei confronti di ciascuno di noi, ciò che fa piacere è riscontrare come governi e pubblico rivolgano la loro attenzione alla scienza. Perché non v’è dubbio che l’unica arma che abbiamo è la conoscenza.

Le conseguenze del Covid-19 riguardano visioni di mutamenti tecnologici e di sistemi economici inesplorati. Tra queste si evidenziano le problematiche messe a nudo nel sistema sanitario e le carenze poste dall’attuale ridistribuzione urbana, l’improvvisa inadeguatezza degli spazi collettivi che ci porterà a ripensare musei, scuole, teatri, ospedali, bar, ristoranti, biblioteche e certamente le residenze. Non da ultimo la necessità di riconsiderare fortemente il rapporto con la natura e il clima: ci è stato dimostrato come l’azione collettiva abbia potuto ridurre così drasticamente i fenomeni di inquinamento, donandoci cieli tersi e acque limpide.

In questa fase di rivalutazione di molti parametri della nostra esistenza vorrei, scendendo di scala, riportare il confronto sul piano della professione di architetto, che deve rispondere adeguatamente al futuro.

Prima di tutto questo significa tornare ad affermare l’importanza del nostro mestiere, rimasto purtroppo ai margini rispetto alla crescita che questo Paese dovrebbe avere. E poi agire per tornare a far comprendere il valore dell’architettura, parola scomparsa da decenni dal dibattito politico, a tutti i livelli, e riconquistare l’importanza soprattutto sociale che questa svolge. Prima o poi dovrà essere nuovamente inteso il significato e il ruolo dell’architetto nella società e che l’architettura non è solo un fatto di estetica, ma soprattutto una questione sociale, perché ha come obiettivo il miglioramento della vita delle persone. Oggetti, edifici, spazi sono architetture rese a una società che, attraverso l’architettura, si rappresenta e costruisce il proprio processo identitario di sviluppo e di crescita. Ora che ci troviamo di fronte a sfide vitali per il pianeta, è il momento per riaffermare la credibilità di questa professione, che ha in sé la capacità di interpretare il proprio tempo, certamente in antitesi con la politica che invece appare troppo distante dai problemi che stiamo vivendo. É questo il momento in cui tutto ciò va posto, non per autoreferenzialità, bensì per il bene di questo Paese. 

Mi chiedo qual è allora il tempo di questa professione (innovata). È il tempo nel quale, secondo recenti studi del Cresme, in Italia, all’opera dell’architetto, appartiene solamente il 2% dell’intero patrimonio del costruito, il che deve fare riflettere su chi abbia davvero portato alle attuali condizioni le nostre città e i nostri paesaggi antropizzati. È il tempo in cui si stimano in 165 mld i mq di superficie del costruito sul pianeta, a cui tuttavia si aggiungeranno, nei prossimi 6 anni, ulteriori 20 mld (di cui 1 mld all’anno nella sola Cina) e dove si prevede che entro il 2050 il 75% della popolazione mondiale si addenserà intorno ai grandi centri urbani.

In questo tempo gli architetti possono trarre indicazioni per nuove prospettive dalle Direttive UE, dalla Conferenza di Rio del 1992 e da quelle successive, fino alla Agenda 2030 della Conferenza di NY del 2015, che traccia le linee guida per uno sviluppo sostenibile: dei 17 Global Goals, diversi rimandano alle conoscenze che attengono alla nostra professione. Per la loro prerogativa tecnica e culturale, gli architetti sono fra i pochi in grado di interpretare e tradurre i temi che in quell’ambito si dibattono. Soprattutto perché il confronto sul clima, che ai più appare un tema astratto, fondamentalmente riguarda l’ambiente e la città, non solo come architettura, ma per tutto quanto ne deriva, ed è lì che dobbiamo giungere a dare risposte.

Ma prima dobbiamo porre le domande e, insieme ai soggetti del mondo associazionistico, del terzo settore e delle imprese, le dobbiamo porre sui tavoli della politica che, da sola, ha dimostrato tutta la sua fragilità e l’inefficacia nell’affrontare i problemi legati allo sviluppo sostenibile. 

Di fronte a questi numeri vanno poste delle questioni. Come faremo a costruire/realizzare quelle previsioni, con quali risorse, con quali materiali, quali prospettive prevediamo in termini di futura gestione? Non si tratta solo di affrontare il tema di città resilienti, ma di una serie di problematiche enormi che riguardano la pianificazione e la gestione della mobilità, del trasporto pubblico, del consumo energetico, dell’uso delle risorse che sono disponibili e finite, delle problematiche di equità sociale e altro. Questioni che coinvolgono tematiche di economia circolare e, ahinoi, quelle di emergenza sanitaria. Tutti questi temi sono parte della nostra professione che è, o meglio deve essere, in grado di dare risposte alle diverse scale di progetto, se non altro perché il 40% di tutte le emissioni di gas serra in atmosfera derivano oggi dal patrimonio edilizio.

Servono risposte che non vertano solo sul contenimento energetico dell’edificio, ma anche, ad esempio, sulle pari risorse energetiche necessarie per realizzarlo. Se ci dobbiamo spingere verso costruzioni sempre meno energivore, ma ci si immagina poi di erigerne comunque così tante, resta evidente la contraddizione rispetto agli obiettivi “carbon free 2050” che gli Stati si sono posti.

A meno che non si immaginino città, mobilità, gestione delle risorse, ecc., progettate diversamente; e qui il lavoro dell’architetto è davvero decisivo. Entra infatti in gioco una progettualità, che traducendo scelte politiche in tal senso, può sviluppare l’utilizzo di un certo tipo di materiali rispetto ad altri, piuttosto che modalità costruttive e procedure rispetto ad altre, e così via.

Anche in relazione al patrimonio edilizio esistente, che in Italia sarà il 90% di quello presente oggi quando si vorrà giungere all’obiettivo “carbon free 2050”, il tema di recupero e riconversione rappresenta una questione di grande interesse, nonché di enorme complessità. Non sarà semplice dare risposte che coinvolgeranno temi economici, di ridefinizione delle periferie e degli spazi urbani e avranno implicazioni sociali, oltre che tecniche. Bisognerà far comprendere che le periferie non devono essere considerate un problema, bensì un’importante opportunità di ricoinvolgimento sociale, oltre che di riqualificazione urbana. Dovremmo abituarci a considerare le difficoltà e le problematiche che ci affliggono (salvaguardia dell’ambiente, criticità idrogeologica, tutela di un Paese che è stato meraviglioso, ecc.) delle opportunità, in modo da poterle sviluppare come tali, anziché colpevolmente ignorarne l’esistenza.

Dobbiamo perciò anche essere in grado di governare, e una volta per tutte, il tema della “cultura del progetto”. Se da una parte la cultura dell’architettura è un problema di cultura generale della nostra società, dall’altra non dobbiamo consentire che sia anche un problema di cultura all’interno della nostra stessa categoria. Formazione e competenza divengono così caratteri imprescindibili della nostra professione che dovrà garantire l’autorevolezza culturale necessaria a fornire il contributo qualificato che serve per il bene di tutti.

La professione dell’architetto, per contemplare l’interdisciplinarità spinta delle competenze e specializzazioni, l’utilizzo di tecnologie sempre più sofisticate, la sicura affidabilità tecnica ed economica dei progetti, la capacità di risolvere le molteplici casistiche secondo le regole poste dal mercato, la capacità di comunicazione del nostro operare ad enti e organismi situati anche oltre i confini nazionali, deve necessariamente confrontarsi con modelli di organizzazione del lavoro che non possono rimanere attestati al la quota di 1,5 collaboratori per studio, come avviene ancora per la maggioranza in Italia.

È proprio su queste prospettive che i giovani architetti, più inclini alle innovazioni e alla flessibilità tecnologica, potranno trovare il modo di avvantaggiarsi per proseguire il mestiere, nei modi che la contemporaneità in continua e repentina trasformazione ci fa intravedere.

Per essere efficaci sugli scenari posti, gli architetti devono attivarsi per disporre di strumenti e condizioni operative che oggi non sono del tutto adeguati, se non addirittura assenti. In questo ambito diversi Ordini territoriali si sono trovati a condividere iniziative e azioni per innescare un processo virtuoso di stimolo verso il raggiungimento di precisi obiettivi. 

Entrando nello specifico per ciò che ci riguarda più da vicino, nell’ambito della FOAER – Federazione Ordini Architetti Emilia-Romagna, gli Ordini delle provincie di Bologna, Ferrara, Forlì-Cesena, Modena, Parma, Ravenna, Reggio Emilia e Rimini, sono da tempo impegnati su diversi tavoli di lavoro nei Comitati di rappresentanza delle Professioni Tecniche, in Regione e presso il Consiglio Nazionale.

Impegno che ha avuto un primo importante esito con la stesura di un documento presentato dapprima al Congresso Regionale, tenutosi a Bologna nel marzo del 2018, e successivamente portato per il dibattito all’VIII Congresso Nazionale Architetti PPC svoltosi a Roma nel luglio dello stesso anno.

È importante oggi ricordare come gli architetti emiliani, nei 9 punti di quel manifesto intitolato “Quale architetto per le città del futuro”, già lanciassero un grido di allarme rivolto alla politica e alla società civile e, nel contempo, una sollecitazione a tutti gli architetti al fine di dare un indirizzo di innovazione allo svolgimento della professione.

In apertura Piergiorgio Giannelli, presidente dell’Ordine di Bologna, anticipando la necessità di una riforma ordinistica, più volte ipotizzata e mai conclusa, ebbe modo di segnalare il tema di una professione da svolgere in modalità diverse dalle consuete: “Dovremmo essere in grado di formulare proposte da sviluppare in collaborazione con gli altri soggetti della filiera della progettazione e delle costruzioni […] con cui dobbiamo misurarci e che non possiamo ignorare; proposte da sviluppare inoltre con altri soggetti del mondo associazionistico, del terzo settore e delle Istituzioni.” I punti di quel programma furono sottoposti all’attenzione di tutti gli Ordini italiani e del Consiglio Nazionale Architetti PPC e qualche positivo riscontro ad oggi si intravede all’orizzonte. 

Scenari che propongono gli Ordini come soggetti coinvolti nel sostegno dei principi di sussidiarietà e collaborazione con le PA e in ambiti di pubblico interesse, sollecitano come assoluta la necessità di comunicare la professione dell’architetto e il suo valore sociale, puntando sulla qualità della formazione universitaria e dell’aggiornamento successivo, spronando perché si rafforzi il collegamento tra il mondo professionale, quello accademico e quello delle imprese, spingendo verso rappresentanze unitarie,promuovendo i bandi di concorso di progettazione come strumento di partecipazione allargata al processo progettuale. Un lavoro che deve proseguire e procede, continuo e incessante, fatto di confronto e dialogo con i diversi e numerosi gruppi di interesse locali ed esterni, che ci deve portare a essere parte autorevole, in condivisione e in collaborazione, della comunità tecnica e scientifica ma soprattutto culturale e sociale.

Restano poi da affrontare alcuni capisaldi fondamentali che appartengo alla sfera dell’esercizio della nostra professione. Siamo uno dei pochissimi paesi in Europa che non ha all’interno del proprio istituto giuridico una legge sull’architettura, ancorché il tema della valorizzazione dell’architettura sia da tempo ricompreso anche all’interno dell’ordinamento Europeo da numerose risoluzioni e direttive europee.

Oggi, nel nostro paese alla luce delle trasformazioni ambientali e sociali in atto, è necessaria la definizione di una legge quadro che tratti specificatamente la materia, al fine di garantire il benessere della collettività e delle generazioni future, riconoscendo l’architettura e il paesaggio come patrimonio comune di interesse pubblico primario”. Con queste premesse, in anni recentissimi, il CNAPPC ha intrapreso la scelta di formulare una proposta di legge che colmasse una carenza ormai non più sostenibile. Dopo un costruttivo lavoro che ha portato alla redazione di un testo normativo che, seppur provvisorio, lasciava intravedere interessanti presupposti, lo stesso Consiglio Nazionale ha purtroppo deciso di accantonare temporaneamente il percorso intrapreso in favore di altre priorità. Dobbiamo lavorare affinché questo rappresenti un appuntamento solo rinviato.

In ragione dell’assenza di una legislazione dedicata all’architettura, assume ancora riferimento normativo il R.D. del 1923 che da allora, seppur con qualche piccola modifica intervenuta nel tempo, “regola” precipuamente l’Ordine professionale. È trascorso quasi un secolo, i cambiamenti intervenuti nel frattempo sono addirittura epocali e sostenere che sia giunto il tempo per una riforma dell’Ordinamento professionale non credo possa trovare opposizioni.

La Federazione ER sollecitò il Congresso mettendo in rilievo che “Dobbiamo governare il nostro cambiamento, chiedendoci quale sia la forma più adeguata, quali compiti, quale funzioni e quali le nostre prerogative, per affrontare con efficienza e adeguatezza il futuro di queste istituzioni, e allo stesso tempo fornire servizi agli iscritti e risposte alle nostre Comunità: facciamolo noi prima che lo facciano altri.”

Appare quindi più che opportuna l’iniziativa intrapresa di recente dal CNAPPC che, con la collaborazione degli Ordini, mira a formulare un testo normativo per un nuovo ordinamento della professione di architetto. Sarà un lavoro che vedrà impegnati tutti gli Ordini territoriali, che sono chiamati a esprimersi sugli indirizzi da intraprendere per tracciare il nostro futuro professionale. Gli esiti di questo lavoro saranno presentati alla Conferenza Nazionale degli Ordini Architetti, che si terrà proprio a Parma quest’anno in ottobre. Nella speranza poi che l’iter formativo e attuativo trovi maggior fortuna rispetto a quello della legge per l’architettura, appare importante raccogliere l’invito che Mario Abis ha già avuto modo di rivolgerci: “L’esigenza di un nuovo ruolo per l’architetto, esigenza imposta dall’evoluzione della società e degli stili di vita, chiama l’Ordine ad un nuovo, duplice impegno: di indirizzo nei confronti dell’intero sistema formativo e di comunicazione e informazione verso la società e i policy maker.”

Il mondo delle istituzioni pubbliche deve cogliere le stesse occasioni per poter diventare partner qualificato nell’applicazione, gestione e regolamentazione dei processi che si rivolgono ai temi della sostenibilità ambientale ed economica. Nei confronti del settore pubblico noi potremmo contribuire tanto più efficacemente quanto più costruttivo risulterà il nostro supporto nella riscrittura di quelle regole con cui dovranno operare le Amministrazioni da qui in avanti. Azione che qualcuno ha invocato e riassunto nel concetto di “pragmatismo amministrativo e legislativo”. Questa definizione suggerisce, con sagacia e lungimiranza, quale debba essere il principio su cui si deve fondare lo sviluppo delle componenti di una società avanzata. Non è più solo una questione di ritardo se oltre il 40 % dei Comuni in Italia non ha ancora attivato lo Sportello Unico Edilizia, istituito dal DPR/380 nel 2001. Come di tante altre potremmo raccontare, questa colpevole e insostenibile negligenza, soprattutto culturale, testimonia lo sforzo delle Amministrazioni, chiamate a investire in efficienza e capacità produttiva, con assunzione di responsabilità, come avviene per ogni altra azienda o impresa sociale. In quanto soggetti che utilizzano denaro pubblico, essi hanno da una parte il dovere etico di contribuire allo sviluppo e alla crescita della comunità e dall’altra quello di liberarla dalla piaga dell’iperregolamentazione amministrativa e legislativa. 

Per la nostra futura professione, e non solo, la ragione dell’importanza dei temi esposti è presto detta. In questo mondo così duramente colpito, ma pronto a intraprendere una nuova rinascita, il dopo Covid-19 rappresenta un’occasione senza precedenti per avviare processi di trasformazione verso obiettivi, per altro, noti a tutti noi già da tempo. Il compito che ci attende è quello di farci “portatori sani” di visioni per mutamenti e strategie che attendono da tempo di essere attuate. Non diamo al futuro nuove occasioni per smentirci.
(un abstract è pubblicato oggi sulla Gazzetta di Parma)

Daniele Pezzali, Presidente Ordine Architetti PPC Parma